giacinto

Ora voglio soltanto sistemare la mia gioia e quando c’è, anche il mio sconforto. Di mostrarmi non ho mai avuto paura, né da forte né da debole. Né da vincitore né da sconfitto. Le battaglia le accetti perché vuoi vincerle, ma poi devi sapere, in ogni istante, che puoi perderle.

Penna, foglietto e microfono li tengo accanto per non smarrire il ricordo delle persone che ho incontrato, delle parole che ho scambiato, degli abbracci che ho dato e ricevuto in queste settimane, non voglio che stavolta sfugga questa meravigliosa processione di donne e  uomini che sono venuti a testimoniare la loro esistenza politica, la loro conoscenza e la loro idea del mondo qui a casa mia. Al quinto piano di via della Panetteria a Roma.

Per questo annoto, per questo registro. Perché la conquista della democrazia passa anche attraverso un abbraccio, in una discussione sul liberalismo e un’altra sulle rivoluzioni, passa per ogni uomo e per ogni idea capace di migliorare il mondo. Passa per ognuna delle cazzate che ci vengono in mente e che abbiamo la forza di comunicare e condividere. L’importante è osare e usarsi, l’importante è accettare ogni sfida che può guadagnare un grammo in più di libertà. Finché siamo uomini, finché siamo vivi, abbiamo il diritto e il dovere della partecipazione. Dobbiamo esserci, esserci per gli altri e per noi. Dobbiamo lottare perché gli altri ci ascoltino, e dobbiamo lottare con noi stessi per imparare ad ascoltare gli altri. Dobbiamo soprattutto essere pronti a testimoniare l’amore.

A una democrazia vera si arriva solo con la libertà, alla libertà si arriva solo con la conoscenza. Alla conoscenza si arriva solo con l’amore, un amore smisurato per tutti gli uomini.

Ciao Marco, ci manchi

È morto Marco Pannella. Il leader radicale aveva 86 anni

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7 minuti

 

 

Confesso che provo un certo fastidio a parlare di queste storie, un disagio, forse dettato dall’impotenza, dalla consapevolezza che la stupidità non ha limiti e fa male, molto.

In Breve, nel 2010 dopo tanti tentativi cominciati nel 1990 e dopo essere andati all’estero a fare la fecondazione eterologa, poiché in Italia è stata dichiarato incostituzionale il divieto di usarla solo  nel 2014, una coppia piemontese della zona del Monferrato, lei 56 lui 69 anni riescono ad avere una bambina. La loro gioia dura solo 18 giorni, i vicini che guardavano la coppia con sospetto li denunciano per abbandono di minore per aver lasciato la bimba sul seggiolino in macchina per 7 minuti mentre preparavano il biberon. Da lì parte un iter che sottrae loro la bambina, li manda a processo con l’infamante accusa da cui verranno assolti anni dopo, tanti, troppi anni dopo.

Nel 2013 intanto la bambina viene dichiarata adottabile e nonostante i ricorsi dei genitori naturali nel 2015 viene data in adozione definitivamente.

Si appellano nuovamente a questa decisione in cassazione e poi ancora in appello e alla fine dopo sette anni ecco la sentenza scritta dando credito alle parole del curatore speciale della bambina:

“Non si può ricucire il cordone ombelicale reciso dalla giustizia tra Gabriella Carsano e la sua bambina. La figlia dei “genitori nonni” di Casale Monferrato non può essere restituita alla famiglia naturale perché ormai l’abbandono fa parte della sua storia, anche senza che la coppia ne abbia colpa. È un abbandono nei fatti e tornare indietro non è più possibile”

Da oggi secondo questi signori esiste un reato di vecchiaia, la pena? La sottrazione dei figli.

Vedete, il fastidio a cui ho accennato rimane e anzi si amplifica, pensando a una giustizia che seppur imperfetta dovrebbe tenere conto delle persone non degli articoli, dei commi una giustizia che arriva dopo sette anni e ammette le sue colpe e proprio per questo lei punisce te, colpevole solo di essere nato in uno stato infame.

E allora mentre leggevo questa notizia ne noto un’altra: “baby gang di 15enni sgominata a Vigevano, Abusi e violenze sessuali, coetaneo brutalizzato dal branco” tutti di buona famiglia, figli di professionisti, gente “perbene.”

Leggendo l’articolo, arrivo alla violenza sul coetaneo qui: “…i ‘bulli’, dopo averlo braccato per strada lo hanno costretto a bere alcolici fino ad ubriacarlo, poi gli avevano messo una catena al collo e l’avevano portato in giro per strada come un cane al guinzaglio. In un’altra occasione, in cinque contro uno, l’avevano afferrato con la forza, denudato, tenuto appeso per le gambe a testa in giù sopra un ponte e costretto a subire atti sessuali. Era stato brutalizzato con una pigna. Il tutto ripreso con un telefonino, il filmato diffuso tra gli amici.”

Qualche parola su chi ha cresciuto questi fenomeni la vogliamo spendere?

Tra Vigevano e Casale Monferrato ci sono circa 40 km, molto vicini, forse stessa competenza del tribunale.

Se questa giustizia guarda ai commi, alle virgole, alle parole di un “curatore speciale” senza tenere conto del sentimento di una madre di un padre che piangono l’immane torto subito lo deve fare sempre, se si deve comportare come hanno fatto Hitler e Stalin che sottraevano i figli in base a dei principi superiori, che lo faccia allo stesso modo della bimba di Casale Monferrato figlia di due brave persone,  sottratta al loro amore e tolga immediatamente la patria potestà a i genitori di questi sciagurati, che pur avendo avuto figli in giovane età li hanno cresciuti come bestie,  anzi vi dirò di più togliamo la figlia anche Gianna Nannini che ha avuto una figlia anche lei a 56 anni, perché altrimenti questo fastidio che provo non andrà via, ma mi farà pensare una volta di più che questa non è giustizia è barbarie, amministrata colpendo i deboli e salvando i ricchi, una volta si sarebbe detta di “di classe”  oggi direi semplicemente schifosa, non diversa da quelle dei peggiori regimi dittatoriali.

All’inizio ho citato la stupidità, su di essa Carlo Cipolla, un grande storico italiano, ha scritto un trattato in cui tra l’altro si definiscono diversi tipi di persone, ecco la definizione di stupido:

Stupido chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.

Decidete voi  chi inserire nella lista tra i protagonisti di queste storie, io aggiungerei anche l’indifferenza alla qualificazione dello stupido.

Meditate…

esercizio del

C’è un filo che unisce le storie di Dj Fabo, Piero Welby , Eluana Englaro, la legge 40 sulla procreazione assistita, la 194 sull’aborto, le unioni civili.
In questi giorni si è vista una ripresa violenta della lotta contro i principi di libertà e di dignità della persona.
Il tema di fondo è sempre proibire, togliere il diritto di poter determinare il proprio corpo, la propria vita, il voler pervicacemente imporre una sola morale, una sola religione a chi la pensa diversamente, con la pretesa di difendere una idea di vita che è la propria sulla pelle degli altri.
 
Ogni volta che si afferma le legge, il diritto, la costituzione, escono fuori improbabili sentinelle, sovranumerari di organizzazioni parareligiose, politici spesso più realisti del Re che cercano di impedirlo.
Il loro scopo è la proibizione contro la legalizzazione e lo ripeto LEGALIZZAZIONE non liberalizzazione, sapendo che proibire non fermerà l’aborto, la fecondazione assistita, l’eutanasia, le renderà solo sommerse, sottratte e regole certe, condivise, che diano delle garanzie in primo luogo alla persona interessata, creando una divisione tra chi può accedere a sistemi alternativi e chi non ne ha i mezzi.
 
Accade così con i malati terminali, a cui viene praticata una eutanasia illegale, a discrezione del medico, lasciando alla sua coscienza il peso della decisione, senza che il paziente possa dire la sua. Solo nella nostra nazione è stimato che ci siano migliaia di queste eutanasie ogni anno ma le sentinelle della vita non hanno nulla da dire in proposito. la morale è salva, così anche la faccia, in ossequio al “si fa a non si dice.”
Stesso discorso per gli aborti, quelli illegali sono in aumento, perché se una donna si rivolge a un centro autorizzato e gli dicono di ripassare dopo tre mesi lei si rivolge altrove. Lo stesso medico che ha non ha potuto accogliere la sua richiesta, spesso la ritrova in pronto soccorso con emorragie o infezioni e quasi mai denuncia il fatto, perché anche qui si lascia alla sua coscienza di persona prima che di medico la vergogna di non aver potuto aiutarla.
 
Tutto ciò vale per i poveri, per chi non ha strade alternative, gli altri, i politici che sposano la proibizione, divorziano e si riaccoppiano con chi vogliono e magari vengono anche riammessi alla comunione ( vedi Berlusconi,) si curano all’estero usando tecniche proibite qui, fino a poco tempo fa andavano all’estero a farsi fecondare prima che 37 sentenze di tribunale smontassero la legge 40, vanno a morire all’estero con dignità oppure pagano dei medici che assecondino il loro volere a casa.
 
Giovanni Paolo II ha chiesto di tornare al padre senza accanimento e non è stato ventilato o alimentato artificialmente, è stato esaudito il suo volere.
 
Sapete quale il filo che unisce tutto ciò, non è morale, non è Credo, è solo esercizio del POTERE, puro e semplice esercizio del POTERE, rendendo ciò che è peccato per loro reato per noi.
 
Signori miei, mai come in questo caso dovete meditare, fatelo e poi decidete secondo la vostra coscienza, ma assicuratevi di poterlo fare, perché costoro cercheranno sempre di impedirvelo.

senza sorprese

baccala

Giunto al giro di boa, ti viene l’idea che il tempo trascorso non tornerà e quello rimanente è molto probabilmente inferiore al precedente e di certo di qualità inferiore, almeno dal punto di vista fisico.

Il pensiero di non sprecare il tempo rimasto spesso ti attanaglia e pensi che devi fare qualcosa, qualcosa di importante, devi fare tante cose… già ma cosa?

Quando ti confronti con gli altri ti rendi conto che loro spesso sono al palo rispetto a te, ti dicono: “fai sempre un sacco di cose, sei pieno di interessi e ti lamenti?”

E allora ti chiedi: sarebbe forse più giusto oziare nell’attesa della fine? Molti lo fanno e hanno spesso delle esistenze felici, il padre di un mio amico ha vissuto tutta la vita tra il lavoro di impiegato alle poste, casa, il pomeriggio la partita a carte al bar, la Lazio.

Lo chiamavano “er poeta” per via dei sui cappelli assenti sopra e lunghi ai lati, quasi due piccole ali, che uniti a una passo lento con le mani congiunte dietro gli dava l’aria di un letterato, di  un sapiente e forse lo era, poche parole, solo l’indispensabile, poche cose nella vita ma ben chiare.

Aveva vissuto la guerra da piccolo, e soprattutto la fame, in una Roma in bilico tra il regime vecchio e quello nuovo. Per non sentire i morsi allo stomaco andava “dar nasone” a Roma si chiamavano così le fontanelle, e si riempiva la pancia d’acqua, l’effetto durava poco, e dopo pochi minuti oltre alla fame sentiva anche il rumore di budella contorte.

Le sue passioni erano: la coda alla vaccinara il cui segreto diceva sempre era il sedano, l’abbacchio, il baccalà gaspè da comprare rigorosamente  a piazza Vittorio.

Lo incontravo spesso al mattino presto verso le tre e mezza, quando io giovine rincasavo e lui con passo lento andava tranquillamente verso la fermata dell’autobus per cominciare la sua giornata.

Il figlio una volta gli disse “papà senti, io tutta sta differenza tra il pesce fresco e il pesce surgelato nun c’è la trovo” lui guardandolo serafico gli rispose “Ma tu, quanno cazzo lo hai mai magnato er pesce fresco?”

Già forse lo chiamavano a ragione “er poeta,” sapeva arrivare all’essenza delle cose con una battuta, come se avesse vissuto chissà quante vite, in realtà ne aveva vissuta una sola, per molti monotona, senza sorprese.

 

 

nino

Nino si chiamava, Nino Tolassi, non so se fosse il suo vero nome ma non importa, importa invece che lui era matto, o almeno cosi dicevano. Apparteneva a una buona famiglia che era scesa nella capitale durante il ventennio. Da giovane scapestrato che voleva mordere la vita ne ha fatte tante, una in particolare, la legione straniera, con la divisa kaki fu mandato insieme a tanti altri a sbrogliare un guaio che non aveva soluzione, l’Indocina, infatti i francesi se ne lavarono le mani e gli americani trovarono il loro Vietnam. Lui li, vide cose brutte, molto, ne fece probabilmente di cose brutte, a Roma si dice “a guera è guera” e in guerra se non sei forte torni storto e se lo sei, torni comunque storto.

Per passare il tempo si dilettava con il pugilato nelle pause in campo, alla fine tornò a casa stanco, depresso, strano, e vorrei vedere che non lo fosse, qualche scatto d’ira, un po’ di comportamenti strani e un bel giorno si ritrova al manicomio, quello di Tivoli. Oggi, può sembrare assurdo, ma un tempo bastava poco per finirci, un medico compiacente, una famiglia distratta se non complice e ti trovavi nel tunnel dell’elettroshock, dei psicofarmaci. Gli dicono “è per poco, fino a quando non ti riprendi.” Trent’anni c’è stato, e se non fosse stato per quell’altro matto, Basaglia, ci sarebbe morto. Basaglia povero, è morto subito dopo aver visto la legge col suo nome e lui invece è finalmente uscito, insieme a tanti altri. Renato che cantava sempre “e te lo vojo di, che so stato io…,” il sindacalista come lo chiamava mia madre, che solo dopo mezz’ora capivi che era matto perché parlava davvero in difesa dei lavoratori, Coco che biascicava sempre frasi tipo ” ah vacca! ” e “che ciai na sigaretta?” insomma, una umanità variegata, matta si, ma buona, pacifica, che la regione aveva deciso di collocare presso un albergo in disuso di un piccolo paese. Qui dove i sani avevano difficoltà a integrarsi con i locali, i matti ci riuscirono benissimo. Svolgevano piccole commissioni per i negozianti, qualche lavoretto di fatica che gli consentivano di integrare la misera pensione che lo stato gli concedeva. Nino faceva questi lavori quando la sua testa glielo permetteva ed era uno spettacolo, soprattutto in estate. Lungo, asciutto, con un corpo vissuto si, ma con la memoria di un vigore che ancora affiorava, quasi sempre a torso nudo, il volto rugoso con solchi profondi da marinaio che si risvoltavano, come diceva De andrè, a formare non uno ma mille sorrisi e per finire pantaloncini e scaldamuscoli calati alla Flashdance, con un cappellino a coprire una testa confusa forse, ma non vuota.

Tra una sigaretta e l’altra, ti raccontava frammenti di vita con una parlata in romanesco che si è ormai persa tra i “bella sci” delle borgate moderne. Quando la fatica o la confusione personale superava la soglia, si congedava e ricompariva dopo qualche tempo.

Nell’albergo dove alloggiava gli avevano assegnato una stanza che era quasi una grotta, ma lui non si era perso d’animo e un pezzetto alla volta la aveva tappezzata con accessori di ogni tipo, cornicette di legno, bottoni, disegni, plastichine colorate, fino a coprire interamente le pareti e il soffitto. Io ci entrai una volta, a sistemargli il lume che non si accendeva e ne rimasi incantato, aveva un che di mistico, con l’unica differenza che l’aveva fatta un matto non un santo.

Appena arrivava la bella stagione si spogliava e in mutande si metteva a prendere il sole sui muretti delle strade intorno al paese, oggi si griderebbe al maniaco, allora lo conoscevamo tutti e passando in auto lo salutavano con un sorriso mentre faceva un ballo strano, affascinante, che mimava le mosse del boxeur, al ritmo di una meravigliosa musica che suonava nella sua testa.

Nino era matto si, ma pulito, quando camminava raccoglieva le cartacce buttate da noi sani, e bofonchiava sull’inciviltà dei cittadini. I lampioni scrostati, storti lo urtavano e allora lui con la vernice li restaurava, e già che c’era ci metteva del suo: una bella striscia bianca e una rossa che sullo sfondo verde ci stava da dio, una celebrazione dello stato che lo aveva rinchiuso e a cui rendeva omaggio, senza rancore.

Il paese era la sua famiglia, ma lui ne aveva una un tempo, un fratello. A suo dire era stato rinchiuso da lui per togliergli tutti i beni di famiglia, e allora lui la domenica si vestiva di tutto punto con uno stile freak che sarebbe stato copiato da molti personaggi famosi in seguito: completo giacca-pantalone giallo, camicia bianca con pois rossi, cravatta verde pisello, un cappello tra il rasta e il borsalino e scarpe di vernice, che lo rendevano irresistibilmente affascinante, al limite del ridicolo senza però cadervi, perché Nino di classe, ne aveva.

Cosi acchittato andava a pranzo dal fratello a Roma, tutte le domeniche, perché diceva che visto che gli aveva preso i soldi, lui per ripicca gli scroccava il pranzo. Matto si, mica scemo.

In quel paese ci ha vissuto diversi anni, non certo una vita felice, ma comunque una vita. In fondo però era solo, soprattutto quando si rinchiudeva la sera nella sua stanza. Poi un giorno il destino che aveva deciso di non essere stato abbastanza stronzo, lo ammalare di tumore, al colon. Lui solo, non può più vestire freak, non può più prendere il sole nudo, ne visitare a dispetto il fratello, ma soprattutto non può più simulare una vita che non ha mai avuto, che altri hanno deciso che non dovesse avere.

È morto.

Con lui solo la persona gli è stata vicina facendolo lavorare, riconoscendolo come essere umano e che in quel fondo di letto lo ha aiutato a morire con dignità, se ve ne può essere nella morte.

Io, ogni tanto lo vedo ancora, svoltando a un incrocio sulla provinciale che boxa con il vento al ritmo della sua musica fantastica… non so se è mai esistito, ma la sua ombra si, e mi strizza l’occhio.